Tavola rotonda: il futuro dell’economia: mercatismo o New Deal? LaRouche, Gianni, Tremonti

di | 16 Giugno 2007

Discorso di Lyndon LaRouche

Poiché abbiamo poco tempo a disposizione, mi limiterò a tre punti essenziali e a qualche commento su di essi, per poi concludere.
Prima di tutto, il sistema mondiale, nella sua forma attuale, è in bancarotta irrimediabile. Non ci sarà mai una ripresa dell’attuale sistema monetario-finanziario internazionale; solo un nuovo sistema potrebbe farcela. E solo con un nuovo sistema l’Europa, gli Stati Uniti o il mondo intero potrebbero sopravvivere.
Non è mai possibile fare una proiezione matematica precisa della data di un collasso finanziario inevitabile, perché ci sono diversi atti di libero arbitrio che possono cambiare il corso della storia, che peggiorano una situazione già precaria, come modo di impedire il collasso. Cioè, se si vole impedire un collasso che è intrinsecamente inevitabile, il miglior modo di farlo è fare qualcosa che peggiori il sistema, come è stato fatto nel 1987 quando ci fu, in effetti, un crollo alla 1929.
Per esempio, gli Stati Uniti sono attualmente ingovernabili. Con lo stesso metro di misura, anche ogni governo in Europa centrale e occidentale è ingovernabile, perché la forza dominante nel mondo oggi è tipicizzata dagli hedge funds. Fin quando si permetterà agli hedge funds di operare, in quella che è in gran parte un’operazione britannica gestita da posti come le isole Cayman, non si potrà determinare il destino di alcuna nazione, in termini di questo collasso.
La situazione è paragonabile a quella dell’Europa nel mezzo del XIV secolo, quando la casa dei Bardi crollò in una bancarotta senza speranza. L’unica soluzione è stabilire un nuovo sistema monetario.
Ora, si dà il caso che tutti i sistemi europei sono sistemi monetari, ed essi non funzionano veramente in un caso come questo. Il tentativo di stabilire una qualsiasi forma di economia basata su un sistema di denaro, dove il denaro sia indipendente dal governo, è impossibile. Dal 1971-72, il mondo è gestito dal denaro, e non il mondo del denaro dai governi. Così, la soluzione, nel caso degli Stati Uniti, si trova nella nostra storia: gli Stati Uniti sono un sistema di credito, non un sistema monetario. La costituzione degli Stati Uniti afferma che il denaro è prerogativa del Congresso. Poi, l’emissione monetaria è usata come forma di credito, che può essere usato per sostenere un sistema bancario. Questo è essenzialmente l’approccio che Franklin Roosevelt adottò nel marzo 1933, quando si insediò, dopo che l’economia USA era crollata di un terzo come risultato della depressione di Hoover, che fu il risultato dell’intera politica degli anni Venti.
Sotto Roosevelt, come avevano fatto altri presidenti che operavano in questo modo, la funzione principale del credito governativo, e cioè debito dello stato usato come credito, era stata quella di promuovere sia gli investimenti in grande scala nello sviluppo delle infrastrutture a lungo termine, che certe categorie di investimenti nel settore privato. L’altro aspetto essenziale dell’economia americana, in modo che il denaro funzioni, è un’economia regolata. Non si permette che la fluttuazione del denaro in libera circolazione determini il valore. Si usano varie forme di regolamentazione, compresi i dazi e cose simili, per mantenere la moneta in un rapporto razionale di valori con l’economia nel suo insieme.
Una delle cose ovvie è che non si può gestire un’economia nazionale se il tasso di sconto sale al di sopra dell’1,5-2%. Oltre quel limite si tende a generare inflazione a lungo termine. E quando c’è inflazione, il valore del denaro e di tutto il resto va all’inferno. Perché, quando si presta il denaro, se lo si fa ad un tasso fisso che la gente può permettersi di ripagare, o in modo che sia vantaggioso per l’economia, bisogna impedire che l’inflazione superi il costo del debito, altrimenti si pone un blocco alla crescita dell’economia. Nel caso degli Stati Uniti, in particolare, constatammo che occorre avere un sistema monetario a tassi di cambio fissi, altrimenti non si possono evitare gli effetti delle fluttuazioni sul commercio internazionale.
Furono compiuti molti errori dopo la morte di Roosevelt, nel modo in cui fu gestito il sistema monetario degli Stati Uniti. In breve, lo scopo di Roosevelt era stato prendere ciò che gli Stati Uniti avevano sviluppato, come il più grande sistema economico che il mondo avesse conosciuto ed estenderlo per sviluppare il resto del pianeta.
In condizioni di guerra il sistema fu usato per costruire una macchina bellica, perché bisognava sconfiggere Hitler. Ma un’economia di guerra non è una buona economia; essa non produce valore netto in termini di ciò che viene speso. Ma ciò che facemmo negli Stati Uniti, come parte di tutto ciò che Roosevelt fece fino alla fine della guerra, fu costruire la più grande macchina produttiva che il mondo avesse mai visto. Roosevelt intendeva usare la macchina bellica, con la sua produttività, e convertirla per usi nazionali e internazionali, per ricostruire un mondo in macerie.
Quando Roosevelt morì, Truman, che era un fantoccio degli inglesi, iniziò un conflitto con l’Unione Sovietica. Questo produsse di nuovo una situazione di economia di guerra, che impose una tassa sul mondo e creò molti altri problemi. Allo stesso tempo, da Londra fu creato un vero e proprio movimento fascista negli Stati Uniti, che Eisenhower chiamò il “complesso militare-industriale”. Nonostante questi problemi e gli errori che li causarono, fino all’assassinio di Kennedy, nell’intero periodo che va dalla fine della guerra alla morte di Kennedy, l’economia USA e il sistema USA funzionarono. Dalla morte di Kennedy e con l’inizio della lunga guerra in Indocina, che ci rovinò, gli Stati Uniti e il sistema mondiale iniziarono a decadere, sotto l’impatto della guerra e dell’ascesa dei “sessantottini”. E con la decisione di Nixon e, più specificamente, George Shultz, nel 1971-72, di creare il sistema di cambi fluttuanti, l’economia nel suo insieme si è incamminata verso l’inferno.
Nell’ottobre 1987 abbiamo vissuto l’equivalente di un crac alla 1929 nel mercato azionario. Fu presa la decisione, tipica di Greenspan, di passare ad un sistema selvaggiamente speculativo, che ha rovinato l’economia mondiale e ci ha portato da una situazione depressiva, che esisteva nel 1987, ad una crisi da collasso dell’intero sistema mondiale, che è lo stato attuale delle cose. Nell’intero periodo, prendendo in considerazione l’effetto delle spese per la guerra in Vietnam, sotto il sistema di cambi fluttuanti, c’è stato anche un processo politico identificato con il fenomeno dei sessantottini, che è in realtà il passaggio da un’economia produttiva ad un’economia puramente speculativa. Le forze produttive del lavoro, fisicamente, pro capite e per chilometro quadro, sono state progressivamente schiacciate, e lo stesso è avvenuto all’infrastruttura in gran parte del mondo.
Nonostante i progressi, l’India e la Cina sono in realtà dei fallimenti a lungo termine. Queste sono società sul modello asiatico, in cui l’80% della popolazione viene trattato quasi alla stregua delle bestie. In entrambi i casi, ci sono aumenti nella fascia del 20% superiore del reddito familiare, che comprende uno strato di super-ricchi al suo interno, ma la fascia inferiore dell’80% è diminuita di valore perfino in rapporto ai cosiddetti miglioramenti e vantaggi di quelle economie sul mercato internazionale.

C’è una via d’uscita

Dunque, ci sono due cose ora, che indicherò come soluzioni o parziali soluzioni all’attuale stato delle cose; in primo luogo, ho proposto che i governi degli Stati Uniti, di Russia, Cina e India formino un blocco iniziale per stabilire accordi per un nuovo sistema monetario internazionale. E io raccomando ciò, perché questi tre partners degli USA sono le sole tre nazioni abbastanza potenti, in termini della loro indipendenza, che probabimente appoggerebbero tale iniziativa. Comunque, se queste tre potenze si accordano per iniziare tale proposta, essa funzionerà. E io ho spiegato bene questa proposta sia alla popolazione degli USA che agli altri tre governi.
Poi abbiamo compiuto un passo successivo, come parte della mia recente visita a Mosca. Alcuni anni fa, mia moglie Helga, nell’espandere la definizione dello sviluppo del Ponte Eurasiatico come un sistema di trasporti e linee di sviluppo, ebbe una discussione in Giappone con un amico che faceva parte del gruppo Mitsubishi; esaminammo i loro suggerimenti per il Ponte Eurasiatico, il sistema di tunnel e ponti dalla Siberia all’Alaska che sarebbe diventato la base per un sistema di collegamenti mondiale, che io preferirei basato sulla tecnologia della levitazione magnetica piuttosto che sui sistemi di rotaia a frizione.
Ora, questo è necessario se si pensa alla condizione della popolazione in Cina, India e altri paesi asiatici. Questi paesi ora sono inerentemente instabili, nonostante l’apparenza del successo. La massa dei poveri in questi paesi è una bomba a orologeria politico-economica. Senza qualche programma di sviluppo su larga scala non si può fare molto per loro. Ci sono, nella parte settentrionale dell’Asia, vaste risorse nel sottosuolo: in un ambiente ad alta tecnologia, che richiede un sistema di trasporti, si può, con tecnologie che conosciamo e capacità già disponibili, sviluppare queste aree come fonti di materie prime che risponderanno a questa esigenza.
Helga ed io, nel corso degli anni, abbiamo fatto diversi approcci verso la Russia, sostenendo questa politica, cioè la politica di sviluppo della Siberia. In Russia c’è stata recentemente una conferenza, alla quale sono intervenuto con un messaggio, che adottato questa politica, con predicati molto specifici. L’intenzione è quella di costruire un collegamento di tipo ferroviario che va dall’Eurasia alle Americhe, e naturalmente prenderebbe anche la via dell’Africa, per creare un sistema di trasporti mondiali che sia una rete per lo sviluppo globale. Il governo del Presidente Vladimir Putin ha recentemente indicato il proprio sostegno per questa proposta, e sta compiendo approcci nei confronti degli Stati Uniti su questo tema. Mi è stato riferito, benchè non sia stato confermato, che Putin ne parlerà al vertice del G8 attualmente in corso. Questo è il tipo di mondo in cui viviamo. Possiamo sottoporre il sistema monetario-finanziario ad una riorganizzazione, a patto che abbiamo specifiche proposte motivanti che la facciano funzionare. Altrimenti, la prospettiva per il pianeta, senza tali proposte, sarebbe il precoce arrivo di un’epoca buia.

Discorso di Alfonso Gianni (sottosegretario allo sviluppo economico)

Un po’ rapidamente perché so poi che l’autorevole collega Tremonti ha un impegno televisivo e quindi alle venti ci deve lasciare. Io sono d’accordo su molte cose, ovviamente non su tutte, che ha introdotto nella nostra discussione Lyndon LaRouche. In particolare sull’impianto storico-analitico, vorrei brevemente ricordare.

A mio avviso, effettivamente a metà degli anni Settanta è intervenuta quella che io chiamerei, prendendo a prestito l’espressione di Karl Polani, la seconda grande trasformazione del sistema capitalistico moderno. La quale a mio avviso ruota attorno (e qui mi distinguo ovviamente un po’ da LaRouche) a tre grandi, enormi fenomeni che hanno avuto nel corso dell’ultimo quarto di secolo e all’inizio di quello attuale, un’influenza enorme.

Il primo è indubbiamente la decisione assunta il 15 agosto, se la memoria non mi falla, del 1971 della non-convertibilità del dollaro in oro da parte di Richard Nixon, la quale ha sconvolto gli assetti monetari internazionali che il mondo si era dato con Bretton Woods e dopo la seconda guerra mondiale. Da lì la spinta alla finanziarizzazione, alla volatilità dei capitali e al loro disancoramento dalla produzione materiale è stata davvero molto, molto forte. Il sistema internazionale è diventato un sistema di debiti e di crediti. C’è una bella espressione di uno studioso francese che io amo molto, Marc Bloch, che definisce il sistema capitalistico un sistema dove i debiti sono inesigibili perché non converrebbe a nessuno tracciare una riga e chiedere il saldo perché alcuni sistemi crollerebbero, e probabilmente crollerebbe il sistema mondiale.

Il secondo grande avvenimento, che invece mi pare che LaRouche sottovaluti, è lo choc petrolifero cosiddetto, che ha fatto emergere un protagonismo al livello mondiale dei paesi produttori di petrolio e che è all’origine di molti problemi attuali, ma che ha anche introdotto nell’Occidente, e questo per me è un fenomeno positivo e non negativo, un concetto di limite alle possibilità dello sviluppo puramente quantitativo.

Il terzo grande avvenimento, che però per chi parla è l’avvenimento fondamentale, è l’elemento dominante e caratterizzante della globalizzazione capitalistica attuale – e dico attuale perché di globalizzazioni ne abbiamo avute più d’una. Pensiamo a quella antecedente la prima guerra mondiale, e antecedente alla rivoluzione sovietica che ha spezzato l’unicità del sistema capitalistico mondiale; diciamo la globalizzazione post-’75 e soprattutto post-’89 è caratterizzata da un fenomeno diciamo così più di fondo e cioè la trasformazione a mio avviso del paradigma produttivo, quello che gli studiosi di imprese industriali chiamano il passaggio dal fordismo, cioè dalla produzione di massa attraverso la catena di montaggio al post-fordismo che alcuni individuano nell’esperienza giapponese del Toyotismo, e comunque al “just in time”, alla produzione focalizzata sulla domanda specifica di mercato, e a una (questo è il punto essenziale) articolazione produttiva al livello mondiale. Se io dovessi dire che cos’è la globalizzazione attuale rispetto a quella analizzata da Lenin o da Hilferding nei primi quindici anni del ‘900, direi che è l’articolazione produttiva. Cioè, le grandi imprese, a cominciare da quelle tecnologicamente sviluppate, hanno un centro pensante, un corpo organizzativo in una determinata parte del mondo, che non sempre coincide con gli Stati Uniti d’America, anche se prevalentemente, e poi hanno un’articolazione produttiva su tutto il pianeta con la con sequenza di poter applicare diversi regimi salariali e diverse modalità di estrazione di quello che noi marxisti accaniti continuiamo a chiamare plusvalore.

Queste tre sono le caratteristiche dominanti della globalizzazione mondiale. Ora per quanto possa sembrare paradossale, io non propongo di cominciare solamente per modificare la situazione dall’intervento sulle modalità della produzione, dei mezzi di produzione. Propongo che si intervenga su tutti e tre i fronti, a livello mondiale. Da un lato la democratizzazione delle relazioni e dei rapporti di produzione, con la possibile generalizzazione dei diritti nel mondo del lavoro a livello mondiale. Dall’altro lato, e questa è la differenza evidente con LaRouche, mettere a valore la tutela dell’ambiente come motore un nuovo tipo di sviluppo economico e non semplicemente come limite allo sviluppo economico; e la terza questione è un nuovo ordine economico internazionale. Su questo mi pare che siamo d’accordo.

Che cosa penso? Penso sostanzialmente questo: l’altro giorno l’unico quotidiano che mi fornisce degli elementi di novità, Il Sole 24 Ore, non a caso quello del campo avversario (bisogna leggere i giornali degli altri, perché i propri sono solamente consolatori) riportava un brillante articolo di Platero sulle contraddizioni degli istituti economici internazionali. Per esempio ricordava che il potente Fondo Monetario Internazionale ha erogato nell’anno passato uno stock di crediti pari a quindici miliardi di dollari. Sette anni fa la cifra complessiva era di settanta/ottanta miliardi di dollari, a fronte di una dotazione di cento miliardi di dollari. Va tenuto presente che le riserve presenti in Cina sono stimate attorno a mille duecento miliardi di dollari. Quindi le riserve monetarie cinesi hanno ovviamente una quantità soverchiante rispetto alla disponibilità del Fondo Monetario Internazionale. Allo stesso tempo la Banca Mondiale soffre della concorrenza che subisce da parte delle banche private per quanto riguarda il finanziamento di progetti, per esempio progetti infrastrutturali, di sviluppo, nei paesi emergenti cosiddetti in via di sviluppo o che comunque sono in grado di offrire una mercato favorevole. Quindi malgrado l’ambizione e a volte la prepotenza, come giustamente ci ha insegnato Stieglitz, del Fondo Monetario Internazionale e della Banca Mondiale, questi organismi conoscono una crisi, così come conosce una crisi l’attuale fase della globalizzazione.

Bisogna quindi pensare, ed è il momento di farlo, a nuove soluzioni. In sostanza, anche se il discorso potrà apparire molto teorico, io penso a un recupero del modello keynesiano nella sua, direi, interezza. Sia per ciò che riguarda il concetto di intervento pubblico nell’economia, sia per ciò che riguarda la difesa dello sviluppo del “welfare state”, che in Europa è stato qualcosa di diverso storicamente che semplicemente la soluzione ai problemi della sopravvivenza, della riproduzione della forza lavoro, perché è stato un modo specifico di produzione diverso tanto dal modo specifico inteso in senso stretto di produzione capitalistico quanto dai sistemi di socialismo reale. E’ stato un modo di produzione statuale. E infatti è sottoposto in tutto il mondo da parte della finanza privata, dai hedge funds fino ai fondi pensione, a un tentativo di smantellamento e di appropriazione, che non è un fenomeno di liberalizzazione come crede il mio amico Tremonti, che quindi è un miglioramento della concorrenza e delle chance per i cittadini, ma è segnatamente una soverchiamento della finanza sulla politica economica degli stati e sull’economia reale, almeno come quadro di carattere generale.
Allora io penso che anche per quanto riguarda i termini monetari, la riflessione keynesiana ci torni utile. Se non ricordo male, anche se non ricordo esattamente il titolo in inglese in questo momento, è nel 1942 che John Maynard Keynes elabora una teoria che chiamò Bancor sulla moneta universale. Si è rivelata finora un’utopia, la moneta universale non c’è mai stata. Le quattro monete fondamentali, se non erro, sono lo yen, il dollaro, la sterlina e l’Euro, in cui avvengono le transazioni internazionali. Se noi potessimo pensare di fare rivivere concretamente quell’idea di creare un grande fondo mondiale, un fondo di riserva, nel quale versano i vari paesi (non solamente i quattro citati da Lyndon LaRouche, l’Europa sarebbe fuori, se le sorti della modificazione del sistema monetario dipendesse solamente dagli Stati Uniti d’America, dall’India, dalla Cina e dalla Russia). Credo che l’Europa debba avere come sistema collettivo un suo ruolo importante, se ha il coraggio di diventare da soggetto commerciale come finora è solamente stata soggetto politico e soggetto di iniziativa nel campo della politica economica mondiale, un sistema di riserva in modo tale da poter versare dei fondi e riceverli in moneta universale e riusarli nei periodi di crisi, nei periodi di transizione per fornire una sorta di cuscinetto che possa mettere il mondo al riparo da crolli, da crac e da grandi tragedie finanziarie.

Può sembrare strano che uno come me che, voglio dire, si ritiene nel campo del pensiero marxista, voglia evitare il crollo del capitalismo, però effettivamente, visto che i marxisti nel ‘900 hanno spesso discusso attorno al crollo del capitalismo e questo non si è mai realizzato, perché vi sono state varie crisi, profondissime, quella del ’29, quella del ’87, quella del ’97 per quanto riguarda i paesi del capitalismo emergente nel sudest asiatico, ma poi il capitalismo si è sempre ricostruito sapendosi modificare, io penso che noi dobbiamo abbandonare questa attesa messianica del crollo del capitalismo e pensare, come delle vecchie talpe, ad un superamento dal suo interno, spezzando le logiche ademocratiche e incontrollabili che governano la finanza mondiale, ponendosi il problema di un sistema di regole monetarie e finanziarie in cui la democrazia e il peso dei paesi reali torni ad essere valido.
Ci sarebbe un lungo discorso da fare ma lascio la parola a Tremonti, altrimenti comincia ad agitarsi perché deve andare a Otto e mezzo, dicendo solamente che ne parleremo la prossima volta, se volessimo entrare nel merito di una possibile riforma e superamento del Fondo Monetario Internazionale e della Banca Mondiale e del funzionamento delle stesse Nazioni Uniti, sono perfettamente disponibile. Dobbiamo però pensare al mondo non sostituendo semplicemente un’unica grande potenza con un numero più largo ma pur sempre limitato di grandi potenze ma di fare pesare, ed è questa la creatività che dobbiamo mettere nel pensare un sistema democratico mondiale, tutti i popoli, tutti i governi, possibilmente creando una camera di compensazione e di soluzione dialettica degli inevitabili conflitti senza che i conflitti si traducano in una tragedia. E in un mondo dominato dalle potenze militari, evitare le tragedie è fondamentale per la vita delle persone e per la sopravvivenza delle stesse classi in lotta, come già ebbe a dire il buon e vecchio Marx nel lontano manifesto del Partito Comunista, frase molto travisata da tutti ma il cui valore la cui valenza si comincia a comprendere oggi.

Discorso di Giulio Tremonti (ex Ministro dell’Economia)

Grazie, la macchina scenica e dialettica della politica ci offre molte occasioni di scontro, e poche occasioni di incontro. Per questo grazie, è sempre importante sentire le idee degli altri. È interessante sentire le idee di LaRouche, è interessante sentire le idee di Gianni, soprattutto quando Gianni esprime le sue idee e non le mie. Cosa posso dire in pochi minuti? Primo: della rivista di LaRouche, io ho sempre apprezzato la profondità delle visioni, la suggestione delle visioni, e anche la cifra storica. Non è frequente leggere documenti che tracciano degli scenari di lungo respiro, di grande dimensione, ne abbiamo ascoltato qua un saggio. Non è frequente leggere documenti in cui trovi importanti citazioni della storia – fondamentalmente europea, perché fino a qualche secolo fa la storia era europea e non americana.

LaRouche ha iniziato citando la grande crisi di qualche secolo fa in Europa, e ne ha derivato delle similitudini, e delle prospettive. Poi ho sentito Gianni. Io la vedo così. Primo, sicuramente viviamo in un tempo non banale. Viviamo in un tempo che sotto l’apparenza del continuum della normalità, in realtà ci fa vedere dei segni di rottura, di potenziale crisi, di drammatica trasformazione. Non concordo – ma credo che sia qui abbastanza marginale – non concordo sulla ricostruzione storica. Io ho espresso una visione un po’ diversa nei miei scritti, nei miei libri. Io credo che le trasformazioni intervenute nel mondo siano meno riferite agli anni Settanta, e più riferite alla fine degli anni Ottanta. La caduta del sistema politico che bloccava il mondo, l’avvento del computer, le trasformazioni che conseguentemente intervengono nella struttura e nella dislocazione della ricchezza.

Io ricordo, delle cose che ho scritto, quella che mi è più cara è un articolo, un fondo per il Corriere della Sera nel luglio del 1989. Era l’anno bicentenario della rivoluzione francese e il mio articolo era più o meno così: come l’89 fu l’anno di avvento della costruzione della macchina politica dello stato nazionale, così questo sarà l’anno di avvio, simbolico (tenete conto che luglio viene prima di novembre, e quindi era prima della caduta del muro di Berlino) sarà l’anno dell’avvio di rivoluzioni extraparlamentari, prodotte da una cascata di fenomeni connessi alla struttura della ricchezza. La crisi dello stato nazione che perde il monopolio della ricchezza. Un tempo lo stato nazione controllando il territorio controllava la ricchezza, controllando la ricchezza esercitava la forza politica, aveva il monopolio della legge, della tassazione, della giustizia. Quando la ricchezza è dematerializzata, finanziarizzata si spezza l’antica catena fondamentale politica: stato, territorio, ricchezza. Lo stato resta a controllare il territorio, ma non controllando più la ricchezza, perde forza. Questo processo in Europa continentale è accelerato dalla costruzione dell’Europa,. Io considero più rilevante come data il ’94, quando fu fatto il WTO, ho scritto anche un libro in cui metto per anni: 5 anni dall’89 al ’94, cinque anni dal ’94 al ’99/2000, e le varie meccaniche di reazione e di sviluppo. Insomma, certo viviamo in una fase, se posso dare un’immagine, è come il vecchio ordine europeo che si rompe con l’avvento degli spazi atlantici e l’età barocca viene detta mundis furiosis, così noi viviamo in una fase in cui il vecchio ordine, in qualche modo rotto da strutture e da fatti che lo sovrastano, e la visione, la gestione, di quello che ci arriva e che vediamo è oggettivamente abbastanza problematica.
Non condivido, e credo ci sia, come dire, anche lo spazio anche per visioni meno catastrofiche, più ottimiste, che gli strumenti che si possono mettere in campo sono magari anche diversi da quelli che sono stati prospettati, ma ci accomuna l’idea che viviamo, ripeto, in un mondo non normale, non banale, con delle mutazioni in atto e degli effetti che vedremo.

Come posso concludere? Cercando anche degli elementi di, come dire, non di identità, ma di comune possibile visione. Io ho sempre pensato che fosse giusta la formula “market if possible, government if necessary”. Questo esclude la qualifica dogmatica che mi ha appena fatto Gianni, del tipo “tu credi a…” Io credo che empiricamente siano possibili delle combinazioni che siano fuori dagli schematismi e delle combinazioni che siano fuori dalla cultura attualmente dominante che io mi sono permesso di definire mercatista, intendendo il mercatismo come la sintesi degli elementi peggiori del liberalismo e del comunismo. Faccio un esempio, ne faccio due, di politiche che potrebbero essere messe in campo in questa logica. La vera difficoltà è soprattutto culturale, cioè, tu devi battere degli ostacoli che non sono fisici, non sono economici, sono mentali. I veri ostacoli che incontri nell’affermare delle idee relativamente nuove non sono ostacoli fisici, sono ostacoli ideologici. Il blocco mentale dominante, la cultura dominante, e faccio due esempi. Nel 2003, durante il semestre di presidenza italiana dell’Europa, ho fatto la proposta di una nuova edizione del vecchio piano Delors. Il piano Delors prevedeva emissioni di debito europeo per finanziare infrastrutture europee. Alla metà degli anni Novanta, quando l’idea viene presentata incontra dei limiti culturali e degli ostacoli. Quando l’ho ripresentata nel 2003, gli ostacoli sono stati diversi nei contenuti ma simili nel filone culturale. Io ricordo che l’obiezione più intelligente me la fece Gordon Brown, che disse – allora era il Cancelliere dello Schacchiere inglese – disse “nice” interessante, però emettere Eurobond vuol dire Euro-budget; Euro-budget vuol dire Euro superstate. No, grazie. Quindi, una negazione politica. La posizione del suo paese era diversa rispetto a quella di una costruzione politica europea.

La reazione opposta fu quella, e devo dire meno apprezzabile, meno condivisibile, fu quella opposta da altri grandi paesi dell’Europa continentale, che era essenzialmente monetaria, bancaria, del tipo “non vogliamo il debito pubblico, europeo o nazionale” comunque no a maggiore debito pubblico. La mia risposta fu, gli Stati Uniti d’America cominciano nel loro tragitto politico con il debito pubblico; Hamilton. Hamilton presenta il debito pubblico americano come base di costruzione della unione politica. Quindi cercavo di dire: non sto prospettando un’operazione finanziaria, sto prospettando un’operazione politica. L’emissione di Eurobonds potrebbe finanziare dei piani europei che producono non tanto leva finanziaria, quanto identità politica dell’Europa.

La risposta fu tipica del banchiere centrale o della persona d’economia, del tipo, la contrarietà in assoluto. A prescindere dalle quantità, se fate caso, fu la spaventosa forza monetaria dell’Euro, con la credibilità e il peso che ha il sistema monetario europeo, l’emissione di cinquanta miliardi, quanto servirebbe per esempio a finanziare l’agenda di Lisbona, è in realtà marginale, non rilevante in termini economici. Io cercavo di dire, è arrivato il momento di estrarre il dividendo di Maastricht. La reazione fu in assoluto negativa, cioè il rifiuto di entrare su uno schema culturale che era, come lo possiamo definire, Keynesiano? Delors si riconosceva in una filosofia politica keynesiana. Io assolutamente continuo a riconoscermi in quella via. L’alternativa fu non di second best. Forse second ma non best, fu un piano, Action Plan for Growth, che certo era in qualche modo garantito in parte dagli stati, arrangiato dalla Banca Europea degli Investimenti, ma fondamentalmente privo dello spirito protettivo. Per inciso non so neanche se è andato avanti l’Action Plan, se è arrivato a finanziare alcune grandi infrastrutture.
Secondo punto. Non so se risponde alla visione dominante in Italia, ma nel ’95, l’anno dopo la fondazione del WTO ho scritto un libro intitolato “Il fantasma della povertà”. I capitali escono dall’Occidente, vanno in Asia alla ricerca di mano d’opera a basso costo, l’Europa importa povertà; importa povertà perché le nostre antiche aristocrazie operaie, i nostri salariati, avranno salari e stipendi livellati sull’Oriente, ma il costo della vita resterà quello occidentale. E la mia idea era grandi investimenti in capitale umano, le cosiddette tre i, e l’ uso per esempio per la formazione della RAI. Non puoi competere con la Cina sulla forza delle braccia, devi competere con altri investimenti, pubblici, l’uso politico, pubblico, per la formazione della RAI, che è uno strumento fondamentale.

Un’altra cosa che ho cercato di presentare successivamente fu, vedendo quello che succedeva nel nostro paese dopo il 2001, era l’idea di introdurre, nel rispetto del WTO, nel rispetto delle regole europee, dazi e quote. Non per fermare il mondo, non per mettersi fuori dal mondo, ma per guadagnare un po’ di tempo per riconvertirci. Io ricordo, e devo dire, che l’idea dei dazi e delle quote fu assolutamente fulminata da tutta la classe dirigente e anche dalla classe politica italiana. Io francamente non mi aspettavo solidarietà dalla sinistra, ma francamente non mi aspettavo quel grado di ostilità ad un’idea che invece mi sembrava in qualche modo ragionevole. Noto che adesso nel sistema culturale, nel circuito culturale del partito democratico americano, si parla di dazi e di quote. Può essere un’idea giusta o sbagliata, ma non puoi demonizzarla a priori e perché.

Allora, come concludere, ricordo che la prima volta che mi colpì LaRouche fu con un documento che parlava della grande infrastruttura eurasiatica, e dissi: magari è impossibile farla, magari è la visione di un matto, ma di solito anche sulle visioni del matto cammina la storia. E devo dire che in effetti, in un età in cui il ruolo dei governi è fortemente limitato oltre il necessario, in cui c’è un eccesso di adorazione simbolica per la ricchezza intangible, finanziaria, immateriale, è necessaria una limitata considerazione per elementi che sono comunque fondamentali, come le infrastrutture materiali. Io sono convinto del fatto che idee di quel tipo, le vostre idee, devono circolare. Il fatto che ne parliamo da lati politici diversi, comunque ne parliamo con una logica non negativa a priori, non fanatica, è certamente molto positivo. Grazie.

 

 

Tratto da www.movisol.org