Mentre i 37€ per gli immigrati sono un ammortizzatore pubblico mascherato, per ridurre davvero il debito pubblico dobbiamo prima… espanderlo! Ecco come.

 

In questi giorni riflettevamo con un amico sul parziale riflesso positivo che aveva quella forma di sostegno pubblico in chiave assistenzialistica che avrebbero gli oramai famosi 37€ giornalieri che lo Stato italiano darebbe a profughi ed immigrati.
Quei 37€ (o 30€ iva esclusa), infatti, entrerebbero nel sistema dell’economia reale impattando positivamente sulle strutture ricettive ospitanti, sul personale addetto, ecc. Sarebbero cioè un ammortizzatore pubblico mascherato, per la stessa arrancante economia italiana. Tutto ciò, ovviamente, starebbe impattando sul debito pubblico europeo (debito europeo, in quanto si tratterebbe di un’iniziativa sostenuta dalle finanze europee; queste ultime rappresentano però pur sempre delle tasse pagate dai cittadini dei singoli Stati membri).

Da qui ne potrebbe emergere che l’aumento del debito pubblico sia, differentemente da ciò che va contrabbandando l’attuale modello politico-culturale, positivo per l’economia reale. In questi termini, ragionano oggi i sostenitori della MMT e alcune frange signoraggiste; il messaggio è: “Stampiamo pure moneta ad libitum, che tanto il debito pubblico è ricchezza!”. 

In questa affermazione c’è del vero – tracce di riflessioni in tal senso ne ritroviamo pure in La Pira che al pensiero economico di William Beveridge si rifaceva. Tuttavia, i facili detrattori della stessa, vorrei zittirli subito facendoli riflettere sul fatto che la più potente nazione del pianeta, gli Stati Uniti d’America (seppur non più la più produttiva economia del pianeta) come già ne denunciava negli anni ’50 il rischio, uno dei principali consiglieri economici di Charles De Gaulle, Jacques Rueff, hanno oggi un mastodontico debito pubblico nominale e reale senza limite. E questo limite, da cosa dovrebbe essere rappresentato? Dalla sua onorabilità? Nel caso degli USA la vera garanzia all’onorabilità, alla luce delle attuali ricette economiche adottate, è rappresentata dal cd. “cappello nucleare” – dunque dalla sua forza militare di aggressione che purtroppo, al di là della narrativa, va attuando in zone ricche di materie prime del pianeta -, o forse dalla capacità che ha sempre dimostrato di avere il suo sistema costituzionale repubblicano, che con ben quattro rivoluzioni economiche prodotte in oltre due secoli, gli ha di volta in volta restituito la via per la ricchezza reale. 

Di recente Il Giornale proponeva una riflessione di Giampaolo Rossi sulla cd. “moneta del Popolo”. In sostanza egli documentava l’incapacità del sistema bancario di re-immettere nell’economia reale la liquidità a buon mercato offertagli dalla Bce, suggerendo che la stessa fosse direttamente data ai cittadini. 

Se ci rifacciamo alla tesi del gettare moneta dagli elicotteri – dunque dello stamparne a gogo – come ipotizzato da Milton Friedman a Ben Bernanke, ma facendo in modo che essa finisca direttamente alla gente by passando il sistema bancario, potremmo aver risolto solo in apparenza il problema delle economie stagnanti. Infatti, esiste un fenomeno che si chiama svalutazione e che ci ricorda che alla base di ogni tecnicismo economico vi sia un elemento psicologico che si chiama “fiducia”. Ed un’economia che stampi moneta ad libitum, prima o poi mina la fiducia che gli altri partner abbiano in essa, comportandone la sua svalutazione in termini monetari. 

Ma quando si verificherebbe questo venir meno della fiducia nei confronti di un’economia? È a questo livello della riflessione che le opinioni possono divergere. Secondo chi scrive, in ultima analisi – e al di là delle manipolazioni di massa che possano essere orchestrate dalle grandi lobbies finanziarie -, quando quella smettesse di produrre ricchezza fisica. 

Dunque, l’idea per cui la stampa di moneta ad libitum possa mandare avanti in modo efficace un’economia – avendo così fiducia nelle capacità taumaturgiche della mano invisibile del mercato – deve essere temperata da quell’elemento razionale e dirigistico, che solo il Sistema americano di economia politica, così come teorizzato ed applicato da Alexander Hamilton, John Quincy Adams, Abramo Lincoln, Franklin Delano Roosevelt e JFK, ha saputo dimostrare di avere nel proprio dna. Esso, di fatto, non è altro che la sua capacità di generare progresso tecnologico-scientifico. In una fase della storia segnata dal romanticismo nostalgico, la creatività tecno-scientifica non è vista come la prova finale della più profonda natura umana che si manifesta fin dal suo stadio embrionale, ma parassitaggio. Ma se sgomberiamo il campo da queste errate ricostruzioni antropologiche, possiamo arrivare alla considerazione economica per cui la vera sfida per delle economie efficienti in rapporto tra loro, sarà quella di generare per ogni dollaro, euro o altra valuta immessa nel sistema, un ritorno economico più volte superiore. Per intendersi, si stima che la bonifica della vallata del Tennessee operata da FDR, ripagò di 6 volte ogni dollaro investito in quel mega progetto. Questo molteplice fu addirittura di 13 volte col progetto Apollo di JFK. In entrambi questi casi – così come con la costruzione delle ferrovie sotto Lincoln – furono la ricerca e le applicazioni tecnologico-scientifiche a produrre così tante ricadute in termini di economia fisica, da generare poi nuova ricchezza finanziaria capace di abbattere il debito creato che vi stava a monte.

In tutti questi casi, non solo il debito pubblico va a ridursi per le maggiori entrate che derivano alle casse pubbliche per la nuova ricchezza finanziaria derivata, ma lo stesso debito si trova ad esser garantito dalla maggior ricchezza fisica prodotta dall’intera economia.

Quindi, e per semplicità, immaginiamo tre scenari storici differenti: 1) Italia del secondo dopoguerra, fino agli anni ’60 (lo scenario migliore): si espande il debito pubblico per la creazione di infrastrutture e creazione di posti di lavoro produttivi nell’industria; il debito pubblico aumenta nel breve periodo ma la ricchezza fisica generata dal sistema è tale da ripagarlo velocemente; il Paese aumenta così la ricchezza netta della popolazione ed è capace, grazie alla tassazione, di ripagare e dunque azzerare il debito prodotto; 2) Italia anni ’70-’80: si interrompe la politica di infrastrutturazione del Paese e si converte la politica di creazione di posti di lavoro produttivi, con quella di creazione di posti di lavoro nella pubblica amministrazione, che non generano per buona parte ricchezza reale, in quanto non necessari ma semplicemente intesi come ammortizzatore sociale; il debito pubblico dunque aumenta senza che il contraltare dei posti di lavoro creati abbia la capacità di creare nuova ricchezza reale e così ripagare quel debito, ma comunque sostenendo i consumi e dunque il tessuto economico; 3) Italia anni ’90-2000 (lo scenario peggiore): si tenta di ridurre il debito pubblico bloccando ogni politica espansiva di creazione di ricchezza reale e posti di lavoro (nè produttivi nè improduttivi) ed anzi introducendo meccanismi di taglio della spesa pubblica, welfare compreso: questo comporta la creazione di un circolo vizioso che toglie ossigeno all’economia reale, la quale contraendosi, riduce il gettito fiscale a parità di tassazione; da ciò deriva l’aumento del debito pubblico, che per essere contenuto porta lo Stato ad aumentare la tassazione nominale e reale ed a tagliare ancor più la spesa pubblica, rendendo sempre meno produttivo il sistema e comportando l’avvitamento su se stessa dell’intera economia.

Da tutto questo se ne evince che solo l’espansione della spesa pubblica in infrastrutture e comparti produttivi ad alto tasso di capitale e tecnologia, possa ridare una prospettiva di crescita reale al Paese. Stiamo facendo l’esatto contrario…