La rivolta degli elettori

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Negli ultimi anni una certa narrativa politica, ispirata dal divide et impera, ha pensato di poter spacchettare la dimensione propria della natura del cittadino, trasformandolo in una monade formale, sola e senza un’identità sostanziale. Così, è stato fraudolentemente contrapposto il cittadino-lavoratore al cittadino-consumatore. 

Uno dei principali sostenitori di questa contrapposizione è l’ing. Carlo De Benedetti e dunque il suo gruppo editoriale La Repubblica-L’Espresso. In ossequio a questa frode concettuale, il tassista, il tranviere, l’ambulante, il bancarellaio, il vigile, il pensionato, il magistrato, il dipendente pubblico, sono stati contrapposti al fantomatico cittadino, quasi che, quei lavoratori, cittadini non fossero. Quante volte abbiamo sentito dire, negli ultimi anni, da certi politici desiderosi di portare avanti disegni contro una categoria professionale o l’altra: “Ce lo chiedono i cittadini”? A sentirli, i più accorti, potevano dedurne: “Beati questi cittadini nullafacenti dediti al solo consumo!”. Ed ogi, quegli stessi politici, dovrebbero chiedersi perché quei cittadini che “difendevano” li abbiano scaricati. Sovverrà loro alla mente qualcosa? Ho l’impressione di no. Per essi, saranno sicuramente i cittadini ad esser ingrati o stupidi.

Secondo quella dicotomia chiaramente falsa, il cittadino non è altro che un’entità formale trovante il proprio difensore nel politico-demagogo di turno, pronto a frapporsi tra lui ed ogni lavoratore. 

In questo giochetto comunicativo, in molti ci sono caduti per un po’ di tempo, ma poi il giochetto, pian piano distruggendo tutto e tutti, fino ad arrivare alla situazione odierna ben riassunta dai dati sulla povertà in Italia, con 5milioni di poveri come non si vedevano dal 2005, è stato smascherato.

E così, l’entità formale del cittadino è tornata ad unirsi, ad accorparsi, alla sua naturale entità sostanziale: il tassista, l’ambulante, il pensionato, il vigile, ecc., rivoltandosi contro quei politicanti che in una perfetta applicazione del sofismo denunciato nel Gorgia di Platone, a tanto erano arrivati. Una politica fatta di retorica e artifici comunicativi, contro la verità, ascesa agli scranni più alti della cosa pubblica, tanto velocemente come solo le cure a base di steroidi riescono a fare, ma ben più velocemente ridiscesa e crollata su se stessa, come risultava facilmente prevedibile a tutti coloro che conoscono la pericolosità di certe strade e preferiscono il più faticoso e lento, ma autentico, impegno pro veritate. 

Eppure, l’aforisma che fu di Giorgio La Pira, nonché titolo di un suo libro, per cui “le città sono vive”, cioè fatte di uomini che primariamente, come ci insegna il nostro dettato costituzionale, con il lavoro vivificano la loro vera essenza di cittadini e di uomini, era lì lì pronto a disvelare a tutti la frode in corso. E così, eccoci arrivati alla rivolta degli elettori, con un’intera classe dirigente spazzata via. 

Questo è un tempo in cui le élite vorrebbero cestinare la democrazia, vorrebbero ritornare a un tempo dove concetti come popolo e democrazia, e strumenti come il voto, i parlamenti, i diritti, non esistono. In qualche modo, dall’architettura europea dall’enorme deficit democratico, fino alle riforme “strutturali” degli ultimi anni, in tale intento queste élite stavano anche riuscendovi grazie ad una classe politica demagogica ad esse asservita. Ma adesso deve tornare il tempo della verità, della moralità, della democrazia, della repubblica, del popolo, della politica che serve quest’ultimo e che non è dominata dallo sfrenato carrierismo a servizio di quelle stesse élite da cui invece dovrebbe difendere la gente comune. 

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