La grande mistificazione della rendita di posizione

E’ ben noto, dalla letteratura sull’oligopolio che la spregiudicatezza è uno dei tratti caratteristici delle strategie e tattiche che vi si adottano. In modo analogo, l’accentuazione in senso pessimistico di una situazione che ovviamente non sia brillante ma nemmeno catastrofica, può essere una strategia efficace per modificare l’esistente ordine delle cose, allorché si faccia avanti ‘un nuovo pretendente che reclama una fetta di potere’”. Federico Caffè, settembre 1972

Parlare di rendita di posizione, così com’è nell’accezione oramai diffusasi, è un inganno.

La dottrina economica ne parla originariamente in relazione alla rendita fondiaria per sottolineare il vantaggio reddituale che un’area ha sulle altre. Successivamente essa è divenuta il sovraprofitto ottenuto grazie alla non perfetta concorrenza nel mercato. Ma le idee di libero mercato e di concorrenza perfetta non hanno a che fare con la realtà delle cose umane. Diversamente, esse sono funzionali a combattere deboli operatori economici, a tutto vantaggio di operatori più forti.

Oggi, non sentiamo mai parlare di libero mercato in merito al settore bancario o a quello petrolifero, controllati a livello mondiale da ristrettissimi oligopoli. Il mercato turistico globale è in mano ad un solo grande operatore. In Italia il settore bancario è controllato da due operatori; la distribuzione commerciale (liberalizzata a fine anni ’90) è già oggetto di oligopolio, mentre il sistema infrastrutturale – aeroporti, stazioni ferroviarie, autostrade, che sono monopoli naturali – è controllato da pochissimi operatori.

Il paradosso, è che queste situazioni di controllo del mercato – che però i corrotti apologeti delle liberalizzazioni mai denunciano – sono il frutto di un precedente processo di liberalizzazione, dove si è messo sotto accusa un sistema di mercato diffuso tra piccoli operatori (paradigmatico, appunto, il caso della liberalizzazione del commercio in Italia, attraverso il primo decreto Bersani) o concentrato nella mano pubblica.

Ciò a cui dobbiamo guardare, è se una rivendicazione sia o meno funzionale al raggiungimento di un più elevato livello di bene comune. A quest’ultimo, infatti, dobbiamo mirare, e non al libero mercato integralisticamente inteso, che lungi dall’essere un presupposto del bene comune, ne è storicamente (e per la Costituzione italiana) un suo nemico. Il “libero” mercato, rimesso alla mano invisibile del mercato – come vorrebbe la teoria liberista – , è nella realtà un mercato controllato dagli operatori finanziari più forti. Il mercato deve essere ben regolamentato, così come si mira a regolamentare qualsiasi umana espressione, per il raggiungimento dei fini che gli sono propri.

Allora, all’idea di “libero mercato” si deve contrapporre quella di “giusto mercato”.

All’indomani dell’approvazione in Consiglio dei Ministri della seconda lenzuolata Bersani (2006), dopo quella del 1998, l’allora Ministro alle infrastrutture Antonio di Pietro1 affermò: “Quando una rendita di posizione è messa in discussione è ovvio che le categorie interessate, penso ad esempio ai tassisti, alle farmacie e ai notai, si sentano in qualche modo defraudate di un diritto. Ma il libero mercato non è fatto di rendite e un governo ha l’obbligo di tutelare la pluralità dei cittadini, non una singola categoria.”

Esatto, il Governo ha l’obbligo di tutelare la pluralità dei cittadini e non una singola categoria, né tanto meno combattere quella singola categoria per consentire agli amici di farsene un sol boccone!2

Il ragionamento di Di Pietro parrebbe non fare una piega. Eppure, se andiamo a guardare come operò il d. lgs. 214/1998, più comunemente conosciuto come primo decreto Bersani, ciò che ad una prima lettura appare come prezioso oro, risulterà ben presto del misero ottone.

Il primo decreto Bersani aveva in scopo, nelle intenzioni dichiarate dal legislatore e da molti opinion makers (politici, economisti, giornalisti, ecc.), una maggiore diffusione dei prodotti sul territorio, di modo da consentire all’anziana signora di trovare sotto casa l’ortolano, piuttosto che il negozio di scarpe (questa era la toccante storiella raccontata con più frequenza). Così, venne meno l’obbligo del rispetto delle distanze tra un esercizio economico ed uno di pari settore merceologico (venne meno anche la regolamentazione tra settori merceologici), e si aprì la porta alle grosse catene commerciali che poterono collocarsi in prossimità di quelli che, con nome esotico, oggi vengono chiamati “centri commerciali naturali”. Il risultato del processo avviato, è stato diametralmente opposto a quello auspicato dal legislatore e dagli opinion makers: la forte capacità finanziaria dei grossi gruppi commerciali ha sbaragliato la concorrenza, portando così alla moria dei piccoli esercizi commerciali (nel frattempo trasformati in mono e bilocali che hanno pasturato nel grande mare della speculazione immobiliare), fino ad arrivare ad un mercato controllato per oltre il 70%, da un ristretto oligopolio. Così, adesso, l’anziana signora non ha più né a pochi passi, né tanto meno sotto casa, l’ortolano o il calzolaio … ma di Bersani che abbiano interesse a ricordarsene è difficile trovarne!

Non è un caso, per esempio, che la rivista della Coop, l’Informatore, del dicembre 2000, riportasse: “La rendita di posizione del negozietto a prezzi stratosferici [sic!] non può essere difesa a scapito della pensionata sociale, dell’operaio che deve fare i conti col salario”3. I “prezzi stratosferici” del negozietto … la pensionata e l’operaio che trovano rifugio nella Coop (da guinness dei primati, che da lì a poco sarebbe stata aperta a Le Piagge di Firenze …).

Ma dobbiamo trovare dei validi riferimenti, per capire se parlare di rendita di posizione sia strumentale a qualche disegno oligarchico, oppure meritevole in sé stesso.

Nei Discorsi sulla prima deca di Tito Livio, Niccolò Machiavelli afferma:

“ … quelle repubbliche dove si è mantenuto il vivere politico ed incorrotto, non sopportono che alcuno loro cittadino né sia né viva a uso di gentiluomo, anzi mantengono intra loro una pari equalità, ed a quelli signori e gentiluomini che sono in quella provincia sono inimicissimi, e se per caso alcuni pervengono loro nelle mani, come principii di corruttele e cagione d’ogni scandolo, gli ammazzono. E per chiarire questo nome di gentiluomini quale e’ sia, dico che gentiluomini sono chiamati quelli che oziosi vivono delle rendite delle loro possessioni abbondantemente, sanza avere cura alcuna o di coltivazione o di altra necessaria fatica a vivere. Questi tali sono perniziosi in ogni republica ed in ogni provincia; ma più perniziosi sono quelli che oltre alle predette fortune comandano a castella, ed hanno sudditi che ubbidiscono a loro.”

Dunque per Machiavelli la rendita è un fenomeno dove la redditività è svincolata dal lavoro. Si tratta allora di un fenomeno tipico dei grossi gruppi societari, ma più in generale della rendita immobiliare e di quella finanziaria (tutti fenomeni che, durante gli anni ’90. mentre si invocavano le liberalizzazioni come strumento di democrazia, venivano avvantaggiati da legislazioni di favore).

Il paradosso è che oggi, come fa Di Pietro con l’affermazione di cui sopra, si parla di rendita in merito a soggetti che vedono derivare la propria redditività economica dal lavoro: tassisti, farmacisti, liberi professionisti, ambulanti. Fra l’altro, lo stesso accostamento dell’una con l’altra categoria di lavoratori appare ridicolo, ma comunque legato dall’aspetto per cui si tratta di mercati regolamentati – proprio come nelle intenzioni del Costituente – e non rimessi all’arbitrio ed alle voglie del mercato. Ed invece, di questa fantomatica rendita di posizione, non se ne sente parlare in merito a quei settori che paradossalmente sono oggi strutturati come monopolio od oligopolio (cosa che non vale per tassisti, farmacisti, liberi professionisti, o il piccolo commercio, dove ogni operatore rappresenta sé stesso e controlla solo il suo lavoro e non l’intero settore), conseguentemente a quei processi di liberalizzazione e privatizzazione che avrebbero dovuto portare a maggiore concorrenza. Si pensi agli aeroporti, alle stazioni ed alle autostrade, messi in mano a singoli operatori che per forza di cose monopolizzano intere aree (non può verosimilmente esserci nella medesima città un numero tale di aeroporti, da potersi parlare di concorrenza) sfruttando – paradosso per paradosso – infrastrutture create nei decenni grazie ai contributi dei cittadini. Sarà possibile a chiunque rilevare come una bottiglietta d’acqua da 75 ml costi 2 euro all’Aeroporto di Firenze, ed una da 50 ml costi 1 euro e 10 centesimi alla stazione di Santa Maria Novella, ecc. ecc. Tutte realtà di monopolio naturale controllate oggi da privati, dove, vista la mancanza di alternative per l’utenza, i prezzi di vendita dovrebbero essere controllati e non spiccare per l’eccessiva onerosità. Oppure ancora, come i bagni presso queste infrastrutture, invece che essere civile strumento per la soddisfazione di esigenze primarie, siano fonte di ricavo (1 euro alla stazione di Napoli!). Oppure ancora, come manchino le sale d’aspetto (perchè non remunerative …). Un panino prodotto in serie, ai privatizzati Autrogrill delle privatizzate Autostrade, può arrivare a costare 4 euro; un prezzo che si può pagare alla gastronomia dietro Piazza della Signoria per un panino di qualità fatto sul momento. Per l’Informatore della Coop, e per gli apologeti delle liberalizzazioni – in quest’ultimo caso, dovevasi parlare di “prezzi stratosferici del negozietto che gode della rendita di posizione”.

Ma al supermercato, presso la grande catena commerciale, un apparente risparmio lo si ha. Va considerata la abituale pratica di maneggiare al ribasso la qualità dei prodotti (si pensi a quelli cerealicoli, per i rialzi subiti dalla materia prima conseguentemente alle speculazioni della finanza internazionale con le linee di credito concesse dal settore pubblico – !!! – : la pasta in particolare, per la quale, per mantenerne costante il prezzo di vendita, si cambia produttore, passando a quello di minor pregio) oppure, a contrari, si pensi alla maturata “nobile” sensibilità di vendere sacchetti biodegradabili (la cui capacità di sfondarsi è stata sperimentata da ogni consumatore), portandoli da 0,03 euro a 0,05 euro l’uno (un aumento di circa il 70% giustificato da sensibili istanze ambientaliste). Tuttavia, questo risparmio, ai fini di una complessiva politica economica nazionale è un qualcosa di apparente ed in ultima analisi, di anti-economico. Infatti, non siamo di fronte ad alcun risparmio, ma ad un vero e proprio processo redistributivo al contrario, ossia in favore degli operatori finanziariamente più forti. Infatti, il negozietto che vende generi alimentari, è solitamente una ditta individuale con un dipendente a cui riconoscere un trattamento economico tradizionale, con tanto di contributi, che un domani, da pensionato, potrà mantenere un certo tenore di vita (e dunque a sua volta essere un buon acquirente – o consumatore). Diversamente, presso il grosso gruppo commerciale, grazie alla liberalizzazione del mercato del lavoro operata tra la fine degli anni ’90 ed i primi del 2000, il lavoratore dipendente avrà un trattamento economico ridotto, con contributi, versati dal datore, più esigui rispetto al passato. Questo lavoratore sarà a sua volta consumatore presso qualche altro grosso gruppo che vende a “buon mercato” od altro operatore, ma lo sarà con capacità d’acquisto ridotte, proprio perchè lui stesso è uno dei motivi determinanti (insieme a quello fiscale) per cui il gruppo di cui è dipendente riesce a vendere a prezzi ridotti rispetto al negozietto.

L’altro motivo determinante per cui il grosso gruppo, in potenza, può tenere più bassi i prezzi di vendita, è quello fiscale. Il moderno sistema fiscale, differentemente da quello che andò adottandosi durante la ricostruzione post-bellica, premia la rendita finanziaria e quella immobiliare, a dispetto dei redditi da lavoro. Così, tutto questo sul fronte della personalità giuridica dei soggetti agenti, si traduce con legislazioni di favore per le società di capitali e di sfavore per le persone fisiche. Una recente indagine del gruppo degli economisti di Stanford, ha rilevato come le grosse società paghino mediamente aliquote fiscali che si aggirano tra l’1 ed il 2%, grazie ai paradisi fiscali, ai sistemi di transfer pricing e ad altri metodi che di fatto legalizzano l’evasione fiscale. Si pensi anche alla diffusa pratica, nella cosiddetta società bene, di essere azionisti di qualche società off shore, che permette di far risultare nella dichiarazione dei redditi personale, la perdita di quella società, ma che in realtà fungono da copertura per l’intestazione di immobili, yacht, auto di lusso, beni di lusso, ecc. E’ alla luce di tutto ciò che recentemente il Ministro dell’Economia Giulio Tremonti, ha richiesto in molteplici sedi internazionali, la messa al bando dei paradisi fiscali.

Quando molti politici ed osservatori economici, parlano di rendita di posizione, si riferiscono a processi dove il cosiddetto sovraprofitto è conseguenza di due elementi intrinseci della natura umana: lo spazio ed il tempo. Recentemente il Sindaco di Firenze, Matteo Renzi, ha superficialmente (e demagogicamente, anche se il far demagogia non gli è proprio) invitato le attività commerciali fiorentine ad abbassare i prezzi. Si pensi ad un bar in Piazza della Signoria a Firenze che offre un caffè al tavolo a 4,5 euro. Questo prezzo di vendita gli è consentito dalla posizione unica che questo può vantare. Tuttavia, il gestore, con quei 4,5 euro dovrà remunerare, più che i costi variabili di gestione, quelli fissi: il personale dipendente – ma in un sistema che funzioni, questo deve esser ben remunerato – , ma soprattutto il canone d’affitto del locale (o se il fondo è di proprietà, l’altissimo prezzo che egli avrà pagato per rilevarlo). La vera differenza tra oggi ed il passato, è che il locatore (il proprietario dell’immobile) è oggi, di fatto, socio di maggioranza o paritario con l’imprenditore che gestisce il locale, ma con una tassazione e con costi vivi assai più bassi. Tutto ciò, non vuol dire disconoscere il privilegio che il gestore del bar di piazza della Signoria ha rispetto ad attività di altre zone; ma il punto è che sarà pura demagogia la denuncia di eccessiva esosità di quel gestore. Un amministratore che realmente volesse rendere più a buon mercato i prodotti di quell’esercizio, dovrà combattere la rendita immobiliare che alle spalle di quell’attività si nutre.

A quest’ultimo proposito sono due i mezzi per farlo: agendo per via diretta sulla rendita immobiliare imponendo dei limiti di legge ai canoni di locazione (secondo il principio seguito con l’equo-canone); per via indiretta agendo sul fattore spazio-tempo, cioè sul sistema economico di base, ossia quello infrastrutturale.

Alla luce di quest’ultimo punto, l’esistenza di fenomeni sperequativi tra un’area ed un’altra, è dovuta all’assenza di una sostanziale armonia tra aree di una medesima regione geografica: disparità nella presenza di infrastrutture e/o di elementi di attrazione. Operando su questi ultimi si potrà avere il sorgere di elementi di “concorrenza” tra una zona e l’altra. Ma non è della “concorrenza” che ha bisogno un’economia ben funzionante, quanto di soluzioni al più alto livello di efficienza, in grado di ben assolvere ai bisogni della gente. Ed ovviamente operare sul livello delle infrastrutture significa aumentare la qualità delle stesse in modo tendenzialmente uniforme su tutto il territorio, di modo che esse fungano da volano per la spontanea nascita di nuovi poli attrattivi. Conseguentemente, è una politica di spesa pubblica per l’avanzamento tecnologico infrastrutturale, a generare ricchezza reale: non quella dei tagli alla spesa! Non è un caso che a livello internazionale le economie più ricche, dove più alta è la politica di investimenti pubblici pro-capite e per chilometro quadrato (Germania, Svizzera, Giappone …), siano non quelle che offrono prezzi al consumo più bassi, ma quelle che hanno prezzi al consumo nominali più elevati, e redditi da lavoro nominali altrettanto elevati (non una politica del lavoro centrata sullo sfruttamento del lavoro a basso costo).

A Firenze, con la creazione del nuovo polo universitario e del nuovo palazzo di giustizia, abbiamo avuto la rivalutazione degli immobili presenti in quell’area. Purtroppo, in quell’area, non si è pensato anche ad implementare il sistema di viabilità; ciò ha reso meno efficienti quegli interventi urbanistici.

Interventi di questo genere, portano con sé i benefici del tempo, poiché consentono a chi agisce su quell’area, di adattarsi gradualmente al virtuoso mutare del sistema economico. Le “terapie d’urto” alla Jeffrey Sachs, o le “terapie shock” profetizzate da Walter Veltroni tra il 2006 ed il 2007, sono invece più che altro utili agli speculatori, grazie ai vantaggi offerti loro dalle asimmetrie informative (insider trading).

Processi simili possono essere attivati anche per gli altri settori: si pensi al settore dei taxi. Il luogocomune vuole che quelli italiani siano tra i più cari al mondo. Ogni studio competente ci dice invece che i taxi italiani sono tra i meno cari d’Europa, tuttavia ciò non vuol dire che questo servizio non possa essere reso più efficiente nel suo complesso (dal lato del lavoratore e da quello dell’utente). Si pensi così alla creazione di un efficiente sistema di viabilità, attraverso delle corsie preferenziali oppure attraverso la creazione di una metropolitana. Con la creazione della seconda, si rende più snella la mobilità di superficie, portando così ad una riduzione dei tempi medi di percorrenza dei tragitti dei mezzi di superficie e dunque di espletamento del servizio taxi e conseguentemente all’abbassamento del prezzo finale della corsa. Ulteriormente, ciò porterà ad un aumento dei fruitori di questo servizio e così si sarà messo in moto un processo virtuoso dove è attraverso lo sviluppo tecnologico che si sarà reso complessivamente più efficiente un settore economico nella sua relazione con la vita cittadina.

Dunque, è una frode parlare di rendita di posizione, quando le tesi sono funzionali a modificare il titolare di quella rendita, trasferendo attività od interi settori economici da un operatore all’altro. Diversamente, l’unico vero modo per combattere una posizione di vantaggio economico, passa, all’interno di un quadro legislativo ispirato a giustizia, attraverso un’azione governativo-amministrativa sul livello delle infrastrutture.

Claudio Giudici